FIN DOVE ARRIVA L’ACQUA di Claudio Sanfilippo. La Milano della nostra memoria. Una lettura di Flavio Villani

sanfilippo copertina

Nel 1978 avevo 16 anni, e a ripensarci adesso di consapevolezza del mondo ne avevo poca o niente; nonostante mi stessi affacciando allora alla vita adulta, l’età della ragione, i miei ricordi della Milano di quel tempo non sono altro che un coacervo di emozioni che faccio fatica a riordinare.
Eppure, sono convinto che Milano, la mia Milano di quegli anni, sedimentata in me profondamente, possa emergere con chiarezza davanti ai miei occhi, e così trasformarsi da indistinta nebulosa della memoria in pensiero chiaro e strutturato, incontrando un potente catalizzatore di parole: le parole di chi la mia Milano la sa raccontare. Le parole di una particolare specie di narratore, un narratore che è anche un rabdomante, quel genere di mago che sonda la terra per trovare l’acqua. L’acqua è la fonte primaria della vita. Ed è dall’acqua che Milano è emersa, l’acqua che oggi scorre nascosta nelle sue viscere, coperta “dai tedeschi” che sono arrivati e hanno “spaccato tutto”, ma che emerge prepotente di tanto in tanto, ricordando a tutti che la prosperità di Milano è stata per secoli la sua acqua, con quelle vie liquide in grado di trasportare la ricchezza verso il cuore della città, la Darsena, e da lì in qualunque altro posto, attraverso un complesso sistema vascolare di cui oggi percepiamo solo un opaco riflesso.
Questo e molto altro racconta Claudio Sanfilippo con strumenti apparentemente semplici come semplici sono gli strumenti del rabdomante: una lingua tersa, fatta di immagini, musicale (anche per i riferimenti alla musica dell’epoca), accogliente nella sua immediatezza, ma che possiede livelli inattesi e profondità che si scoprono a ogni nuova lettura. Ecco allora, le vicende del microcosmo che si sviluppa intorno a San Cristoforo e alla Darsena; le vicende di un gruppo di “sopravvissuti”, a partire dal Bargiggia Ugo, ex operaio della Richard Ginori, mitica fabbrica di porcellane, trasformatosi in ranàt, cercatore di rane da vendere ai ristoranti; storie di un’intera città, del suo passato e dell’inevitabile cambiamento che si manifesta, come per le lucciole di Pasolini, nella scomparsa delle rane dai corsi d’acqua, avvelenate da un cambiamento malgovernato, ma forse ingovernabile.
Persone, questi “sopravvissuti”, non personaggi, che mi sembra di conoscere e amare da sempre, tanto che anch’io ora inizio a considerarmi, come loro, un “sopravvissuto” in questa Milano nuova, a tratti irriconoscibile. E non è colpa di nessuno se la vita è fatta così, fondamentalmente ingiusta: lo sa la donna dell’Ugo, la Marisa, che inganna l’attesa dell’Ugo stesso, uscito di casa alla vigilia di Natale per incontrare la sua ex moglie Nina, il convitato di pietra della Marisa, tirando la pasta e preparando tortellini; lo sa l’Osvaldo, detto Tritùn, l’ultimo dei battellieri dei Navigli, che con filosofia attende il termine delle licenze di trasporto, pronto, pur di non abbandonare il suo mondo d’acqua, a raggiungere il delta del Po prima che i ghisa lo obblighino a lasciare il suo barcone; lo sa il Professur, ex professore di lettere, licenziatosi dal sicuro posto fisso e mutato in frontaliere della cannabis, che passerà il Natale, in barba alla tradizione, in un ristorante sul Ticino (acqua, ancora acqua…); lo sa il Gigi, amico di una vita, meccanico di moto e biciclette “in nero”, anche perché vedovo troppo giovane. E lo sa la Nina, proprio lei, che con un tempismo da record ricompare, dopo quindici anni di fuga in Francia, in una Milano dove i tramonti tersi e infuocati dell’inverno si alternano a cieli grigi e pesanti di pioggia e neve, per ricordare all’Ugo che lei, fuggitiva, in fondo non desiderava altro che di essere riportata a casa dal suo uomo; e che se n’è rimasta in quel paesino del Nord, che s’immagina silenzioso e spazzato dal vento gelido dell’Atlantico, battezzato, con involontaria ironia, Granville, ad attendere lui, proprio lui, il Bargiggia Ugo, uomo “sempre in ordine”, e con un “senso di responsabilità” che lo frega. Ma ognuno è fatto a modo suo, e l’Ugo, più di altri, ha avuto bisogno di tempo per decidere il momento per il suo colpo di teatro; come quando, fra la sorpresa e il disappunto di tutti ha pubblicamente abbandonato il sindacato, troppo politicizzato, incapace di dare una risposta al suo “sentimento di giustizia”; vent’anni gli ci sono voluti per arrivare a tanto, per trasformarsi per qualcuno in “pecora nera”, per qualcun altro in “mosca bianca”.
Per la seconda e forse ultima volta, la più importante, quella che ricapitola una vita intera, ci hanno pensato la Nina, con il suo rossetto sbavato e i lunghi capelli neri di quando erano giovani, e una malinconica vigilia di Natale: ciò che è stato è stato, e non tornerà mai più. Ovvietà che però bisogna comprendere sulla propria pelle prima di poter cambiare vita sul serio, prima di cominciare “a disegnare traiettorie nuove”. Questo l’Ugo l’ha capito, ed è questa la spinta per riprendere la strada, nonostante tutto.
Prima però è necessario un ultimo atto, eclatante, un’attestazione d’amore che ai più risulterà insensata o misteriosa o indecifrabile, ma che, invece, dà senso a ogni cosa: immergersi nel liquido amniotico della città, farsi una nuotata a zero gradi nella Darsena, per non dimenticare che è da lì che proveniamo, ed è lì che in cuor nostro vorremo sempre ritornare.

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Il nome del padre di Flavio Villani (Neri Pozza)

Il grande Romano De Marco su “Il nome del padre”

libroguerriero

Recensione di Romano De Marco

Chi cercasse, nel romanzo di Flavio Villani, un rigido rispetto dei canoni narrativi di genere, resterebbe deluso. Più che alle “venti regole per scrivere un romanzo giallo” di S.S. Van Dine, siamo vicini a “La promessa” di Durematt. Ma non è nemmeno la destrutturazione del genere giallo l’obiettivo primario dell’autore, quanto quello di catapultare il lettore in una atmosfera completamente diversa da ciò che si respira nelle banali storie standardizzate dei tanti commissari clonati, verso i quali si orienta in maniera sempre più massiccia il mondo editoriale italiano.

Milano, 1972. In un ferragosto torrido e desolato, viene rinvenuto un cadavere fatto a pezzi, dentro a una valigia, nel deposito bagagli della stazione centrale. Già dall’inizio lettura ci si sente oppressi da quell’afa irrespirabile, quel fetore di corpo putrefatto, quell’odore di chiuso e di fumo stagnante degli uffici della questura centrale di via Fatebenefratelli.

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Il mio vagabondaggio alla ricerca del palazzo dei “pescicani”

“Sto palazzo, drento c’è più oro che monnezza”.
Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse,
era là: cinque piani, più il mezzanino.
 
(Carlo Emilio Gadda)

Ho camminato su e giù per via Merulana alla ricerca del civico 219, il palazzo dei pescicani, un sabato pomeriggio di gennaio, sull’imbrunire. Una giornata fredda, una delle tante, investita dalle correnti polari che hanno seppellito i vivi e i morti di questo paese sotto una spessa coltre di ghiaccio. Perché mi sia imbarcato in questa ricerca è per me un mistero: uno dei tanti che mi avvincono a questa storia.

Via Merulana è una lunga arteria in lieve pendenza che collega San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore. Provenendo dalla zona di Termini, caotica e ribollente, entropica e multirazziale, soffocata di paccottiglia e ristoranti a poco prezzo, attraversare la piazza di Santa Maria Maggiore e addentrarsi in via Merulana produce uno stacco interiore, un’improvvisa cesura rispetto a tutto quello che ci si lascia alle spalle. Perfino la numerazione della via è inconsueta, unica o quasi nella città di Roma: non i pari da un lato e i dispari dall’altro, ma una progressione di numeri in crescendo, equanimemente attribuiti a ogni singolo portone e finestra di negozio che si succede lungo il percorso. Un’andata e un ritorno che porta i numeri più alti a contrapporsi ai più bassi, in una circolarità antimoderna che mi sembra un primo segno di distinzione, un primo motivo per pensare a questa strada come a un luogo con proprietà che lo rendono diverso da tutti gli altri. L’aria. La luce. I platani contorti e nudi. Il traffico pigro. I rumori attutiti. I massicci palazzi di decoro fine ottocentesco. È difficile capire come ogni singola componente partecipi a produrre l’effetto finale. Una stranezza che mi spinge a non fermarmi, a non accontentarmi dell’anodina targa a ricordo del romanzo e del suo autore, affissa a caso su di un palazzo qualunque – tanto uno vale l’altro, qualcuno deve aver pensato – e a continuare a cercare quello, forse inesistente, descritto da Gadda, la meta di questo mio assurdo vagabondaggio serale.
Più mi addentro nella via e più di convinco che Gadda l’abbia scelta per un motivo ben preciso, sfuggente a prima vista. C’è qualcosa di equivoco, qualcosa di ineffabile o impronunciabile, che si può comprendere solo per assonanza, per l’imprevista vibrazione di un istante. Mi chiedo se le sensazioni che provo in questo freddo pomeriggio di gennaio, oscillando sull’orlo di un’oscurità senza scampo, siano le stesse che ha provato lui. Ora però inizio a intravvedere lo sfondo di una storia senza sbocco, di una storia senza una risoluzione che plachi l’inquietudine del lettore, mai quella dello scrittore.

Cammino per una decina di minuti, lentamente, misurando ogni passo, fermandomi di tanto in tanto a guardare portoni e vetrine. Supero il Brancaccio, qualche bar, vecchi negozi, fino a imbattermi nel palazzone d’angolo che dovrebbe corrispondere al 219. Ho la sensazione di essere arrivato, e che di fronte a me la realtà materializzi la finzione. Ecco la fisica rappresentazione di un’idea. E all’improvviso dimentico tutto quello che ho letto, la convinzione che il 219 è il 219, ma potrebbe essere il 119, come un qualsiasi altro numero dell’infinita serie. Il palazzo dell’Oro è questo, il palazzo de li pescicani, ne sono certo, è questo. Ma un attimo dopo la disillusione: il 219 è la vetrina di un negozio di tappezziere. E subito mi smarrisco di fronte al 215, quattro numeri più giù, il piccolo portone che dà l’accesso alle tre scale del palazzo. All’improvviso mi sento stupido: mi sono addentrato in una ricerca assurda, inutile e per di più senza speranza, e lo sapevo. È come se fossi stato avvertito, ma, come un bambino disubbidiente, non avessi dato ascolto. Non esiste, non esiste, mi dico. Ma è un attimo entrare e parlare. Fare domande. Indagare. L’uomo del negozio di videocassette (ne esistono ancora, a quanto pare) ha circa cinquant’anni, la barba incolta, lo sguardo sonnolento, e, dice, vive qui da sempre. Per lui il 219 è sempre stato questo: il negozio del tappezziere. È troppo giovane, mi dico. Ma è così anche per la donna del negozio di articoli per fumatori che ormai campa con i gratta e vinci e le lotterie. Perfino i fumatori sono cambiati, dice, se ne fregano degli articoli a loro dedicati. Lei è qui dagli anni ’70. Ha suppergiù la stessa età del collega dell’esercizio accanto. Il tappezziere è sempre stato qui, afferma irremovibile.
Non rimane che il tappezziere, mi dico, la mia ultima speranza. Ma il negozio è chiuso. Spio attraverso la tenda della vetrina. La luce è accesa, ma all’interno non c’è nessuno. Nell’attesa mi aggiro alla ricerca di nuove informazioni, proseguo nella mia indagine. Il libraio dall’altra parte della strada vende libri antichi o solo vecchi. Entrando l’odore di carta e muffa, fra una vecchia biblioteca e una cantina, è tanto intenso da stordire. Il passato. Il passato ristagna tutto intero nell’aria pesante del negozio. Lui, il libraio, mi racconta un’altra storia. Sì, dice, il palazzo è quello. Hanno chiuso il portone del 219 tanto, tanto tempo fa. Ma c’era: c’era un tempo il 219, esisteva certo. Un tempo quando?, chiedo io. Un tempo. Quando, chi lo sa? Anni ’30, ’40. Prima… dopo… che importanza può avere? In quel tempo era tutto diverso, eppure tremendamente uguale. Questo è il punto. Forse. Forse?

Ora vorrei parlare con qualche anziano della zona. Scavare nei ricordi. Com’era questa strada allora, quando ci camminava Gadda? E i negozi? Ma non vedo anziani. Non ne passano. Poi, finalmente, senza che me ne renda conto, il tappezziere apre, e la porta all’improvviso si spalanca di fronte a me. Non posso non entrare. Non so perché, ma mi sento sull’orlo di qualcosa. Qualcosa che sta per accadere, un’epifania, mi dico, tremando lievemente. Appena all’interno del negozio lo sguardo di una donna si fissa su di me. Saluto. La domanda che devo porle è sempre la stessa. Lei mi squadra incerta. Forse percepisce il mio malessere. Ma subito si rilassa, e non mi pare sorpresa dalla mia domanda. Altri gliel’hanno posta allo stesso modo. La donna sorride, e mi indica il muro sul fondo del negozio. Da lì si passava per accedere al cortile, dice. Alle due scale, la A e la B, ricche dell’oro e dell’argento dei pescicani. È sicura?, domando io che non riesco a convincermi di nulla. Lei aggiunge con sicurezza: Siamo qui da tre generazioni. L’esercizio è qui dagli anni ’30. Ma prima? Ma prima cosa c’era, prima di voi?, dico, con un tono forse un po’ troppo concitato. Lei mi squadra per un attimo, dubbiosa, poi dice: prima c’era l’ingresso del civico 219.

E ora eccolo, davanti a me, il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse: cinque piani, più il mezzanino, tetragono e incombente sulla vita di chiunque. È questa la verità?, mi dico. Tutto quello che s’ha da sapere? L’oro e l’argento dei pescicani rimarranno ben nascosti ancora per molti anni a venire, forse per sempre. I muri, gli spessi muri del palazzo, sono e rimarranno impenetrabili agli sguardi. Anche al mio.

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Poetry is everywhere, on a wall or a door, in the sky, behind the mist of Lisbon…

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fotogrammi

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Tutto è iniziato con lei che dice: no, non ci credo al caso. E poi con me che la fisso, in piedi e nuda com’è. Ricordo quell’esatto istante come fosse un singolo fotogramma sospeso nella memoria.

Quando voglio posso essere pedante, lo so: il destino non funziona, dico, è un’idea antica, sentimentale, certo rassicurante, ma irrealistica. E invece ecco a cosa credo: siamo governati dal caso. Caos puro e semplice. E questo è tutto. Hai mai notato che caos è l’anagramma di caso? Mi spiace, aggiunsi, ma noi due non facciamo eccezione. Non riesco a immaginare che qualcuno, chissà dove e chissà perché, si interessi a noi. Qualcuno che abbia un disegno preciso nei nostri confronti. Un disegno preciso, ma all’apparenza casuale. Mica facile crederci. E chi potrebbe essere? Bisogna avere prove per fare certe affermazioni.
Lei mi fissò come se l’avessi sfidata. E all’improvviso sentii che c’era qualcosa di sbagliato nel non crederle e basta, senza discussioni. Qualcosa di sbagliato nel rifiutare l’idea che fossimo destinati l’uno all’altra. Ero scettico, tutto qui. Non era una sfida.
Lei ascoltò quello che avevo da dirle, i miei dubbi, e sorrise senza condiscendenza. Trovai il suo sorriso particolarmente enigmatico, come se sapesse qualcosa di cui io, al contrario, ero totalmente all’oscuro.
La prova arrivò qualche giorno dopo, inattesa. Mi mostrò quella foto, la foto che, secondo lei, avrebbe chiarito ogni cosa, quando ormai non ci stavo più pensando. Era un afosissimo sabato pomeriggio di luglio, ed eravamo a letto. Il caldo era spossante, e noi forse ci eravamo agitati un po’ troppo in quel groviglio di lenzuola. Avevo ripreso a sfiorarle con la punta delle dita la pelle ancora bagnata di sudore, quando lei si tirò su e di punto in bianco mi disse che doveva farmi vedere una cosa. Una cosa di cui non mi aveva ancora parlato, ma che era sicura mi avrebbe fatto cambiare idea sulla questione del caso e del destino. Una fotografia, disse. Una fotografia scattata anni prima, quando neppure ci conoscevamo. Una foto scattata a migliaia di chilometri da casa che ritraeva entrambi. Rimasi allibito.
Come se ne fosse accorta non lo so; la cosa avrebbe potuto facilmente passare inosservata. Lei mi disse invece che se n’era accorta subito, e l’aveva fatta ingrandire per convincersene una volta per tutte. Si alzò dal letto e attraversò la stanza. La foto la teneva in un cassetto come una reliquia.
Hai un bel culo, feci io nello stupido tentativo di stemperare la tensione. Lei scrollò le spalle, e non rispose.
Il paesaggio lo conoscevo bene. La luce del pomeriggio si frammentava nel torrente in scaglie dorate e accecanti. Il suo viso era in primo piano, i lineamenti distinguibili a malapena nell’ombra del grande cappello di paglia; e sullo sfondo El Capitàn, tozzo come un panettone di Natale, grigio-azzurro nella fosca calura di agosto.
Ma erano le figure umane, comprese fra lei e la montagna, a interessarla. Le più distanti erano indistinguibili nell’abbaglio del sole, mentre tre, catturate dalla profondità di campo del grandangolo, erano leggibili, anche se lievemente sfocate. Mentre studiavo la foto sentii il suo sguardo su di me: ti vedi?, fece lei dopo qualche secondo. Io non risposi, e guardai quelle figure con ancora maggiore attenzione: i movimenti congelati dallo scatto, i volti sorpresi nel nulla di un frammento temporale scelto a caso. Un fotogramma, né più né meno. Quello sei tu, aggiunse indicando una delle figure. Io non avrei potuto affermarlo con certezza. La figura mi pareva estranea, ma anche dolorosamente familiare. Fissai l’immagine con l’intensità che avrei potuto riservare alla sindone del Cristo. Lo credi davvero? Lei annuì. Quale poteva essere la probabilità di trovarci nello stesso posto, allo stesso tempo, in un luogo tanto remoto? Sollevai le spalle. Non ne avevo la minima idea. Non devi rispondermi, fece. Tu?, dissi, tu la risposta ce l’hai? Lei rimase immobile, e non disse nulla. Poi, finalmente, si sdraiò di nuovo accanto a me. Fra le lenzuola sudate.

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The Revenant o della solitudine dell’orso

Recensione: The Revenant di Alejandro González Iñárritu secondo la Balena Bianca….

Sorgente: The Revenant o della solitudine dell’orso

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Dieci buoni argomenti per sostenere che il romanzo non è morto

un nuovo decalogo di Giulio Mozzi

Bericht van @giuliomozzi.

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