Il nome del padre di Flavio Villani (Neri Pozza)

Il grande Romano De Marco su “Il nome del padre”

libroguerriero

Recensione di Romano De Marco

Chi cercasse, nel romanzo di Flavio Villani, un rigido rispetto dei canoni narrativi di genere, resterebbe deluso. Più che alle “venti regole per scrivere un romanzo giallo” di S.S. Van Dine, siamo vicini a “La promessa” di Durematt. Ma non è nemmeno la destrutturazione del genere giallo l’obiettivo primario dell’autore, quanto quello di catapultare il lettore in una atmosfera completamente diversa da ciò che si respira nelle banali storie standardizzate dei tanti commissari clonati, verso i quali si orienta in maniera sempre più massiccia il mondo editoriale italiano.

Milano, 1972. In un ferragosto torrido e desolato, viene rinvenuto un cadavere fatto a pezzi, dentro a una valigia, nel deposito bagagli della stazione centrale. Già dall’inizio lettura ci si sente oppressi da quell’afa irrespirabile, quel fetore di corpo putrefatto, quell’odore di chiuso e di fumo stagnante degli uffici della questura centrale di via Fatebenefratelli.

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Il mio vagabondaggio alla ricerca del palazzo dei “pescicani”

“Sto palazzo, drento c’è più oro che monnezza”.
Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse,
era là: cinque piani, più il mezzanino.
 
(Carlo Emilio Gadda)

Ho camminato su e giù per via Merulana alla ricerca del civico 219, il palazzo dei pescicani, un sabato pomeriggio di gennaio, sull’imbrunire. Una giornata fredda, una delle tante, investita dalle correnti polari che hanno seppellito i vivi e i morti di questo paese sotto una spessa coltre di ghiaccio. Perché mi sia imbarcato in questa ricerca è per me un mistero: uno dei tanti che mi avvincono a questa storia.

Via Merulana è una lunga arteria in lieve pendenza che collega San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore. Provenendo dalla zona di Termini, caotica e ribollente, entropica e multirazziale, soffocata di paccottiglia e ristoranti a poco prezzo, attraversare la piazza di Santa Maria Maggiore e addentrarsi in via Merulana produce uno stacco interiore, un’improvvisa cesura rispetto a tutto quello che ci si lascia alle spalle. Perfino la numerazione della via è inconsueta, unica o quasi nella città di Roma: non i pari da un lato e i dispari dall’altro, ma una progressione di numeri in crescendo, equanimemente attribuiti a ogni singolo portone e finestra di negozio che si succede lungo il percorso. Un’andata e un ritorno che porta i numeri più alti a contrapporsi ai più bassi, in una circolarità antimoderna che mi sembra un primo segno di distinzione, un primo motivo per pensare a questa strada come a un luogo con proprietà che lo rendono diverso da tutti gli altri. L’aria. La luce. I platani contorti e nudi. Il traffico pigro. I rumori attutiti. I massicci palazzi di decoro fine ottocentesco. È difficile capire come ogni singola componente partecipi a produrre l’effetto finale. Una stranezza che mi spinge a non fermarmi, a non accontentarmi dell’anodina targa a ricordo del romanzo e del suo autore, affissa a caso su di un palazzo qualunque – tanto uno vale l’altro, qualcuno deve aver pensato – e a continuare a cercare quello, forse inesistente, descritto da Gadda, la meta di questo mio assurdo vagabondaggio serale.
Più mi addentro nella via e più di convinco che Gadda l’abbia scelta per un motivo ben preciso, sfuggente a prima vista. C’è qualcosa di equivoco, qualcosa di ineffabile o impronunciabile, che si può comprendere solo per assonanza, per l’imprevista vibrazione di un istante. Mi chiedo se le sensazioni che provo in questo freddo pomeriggio di gennaio, oscillando sull’orlo di un’oscurità senza scampo, siano le stesse che ha provato lui. Ora però inizio a intravvedere lo sfondo di una storia senza sbocco, di una storia senza una risoluzione che plachi l’inquietudine del lettore, mai quella dello scrittore.

Cammino per una decina di minuti, lentamente, misurando ogni passo, fermandomi di tanto in tanto a guardare portoni e vetrine. Supero il Brancaccio, qualche bar, vecchi negozi, fino a imbattermi nel palazzone d’angolo che dovrebbe corrispondere al 219. Ho la sensazione di essere arrivato, e che di fronte a me la realtà materializzi la finzione. Ecco la fisica rappresentazione di un’idea. E all’improvviso dimentico tutto quello che ho letto, la convinzione che il 219 è il 219, ma potrebbe essere il 119, come un qualsiasi altro numero dell’infinita serie. Il palazzo dell’Oro è questo, il palazzo de li pescicani, ne sono certo, è questo. Ma un attimo dopo la disillusione: il 219 è la vetrina di un negozio di tappezziere. E subito mi smarrisco di fronte al 215, quattro numeri più giù, il piccolo portone che dà l’accesso alle tre scale del palazzo. All’improvviso mi sento stupido: mi sono addentrato in una ricerca assurda, inutile e per di più senza speranza, e lo sapevo. È come se fossi stato avvertito, ma, come un bambino disubbidiente, non avessi dato ascolto. Non esiste, non esiste, mi dico. Ma è un attimo entrare e parlare. Fare domande. Indagare. L’uomo del negozio di videocassette (ne esistono ancora, a quanto pare) ha circa cinquant’anni, la barba incolta, lo sguardo sonnolento, e, dice, vive qui da sempre. Per lui il 219 è sempre stato questo: il negozio del tappezziere. È troppo giovane, mi dico. Ma è così anche per la donna del negozio di articoli per fumatori che ormai campa con i gratta e vinci e le lotterie. Perfino i fumatori sono cambiati, dice, se ne fregano degli articoli a loro dedicati. Lei è qui dagli anni ’70. Ha suppergiù la stessa età del collega dell’esercizio accanto. Il tappezziere è sempre stato qui, afferma irremovibile.
Non rimane che il tappezziere, mi dico, la mia ultima speranza. Ma il negozio è chiuso. Spio attraverso la tenda della vetrina. La luce è accesa, ma all’interno non c’è nessuno. Nell’attesa mi aggiro alla ricerca di nuove informazioni, proseguo nella mia indagine. Il libraio dall’altra parte della strada vende libri antichi o solo vecchi. Entrando l’odore di carta e muffa, fra una vecchia biblioteca e una cantina, è tanto intenso da stordire. Il passato. Il passato ristagna tutto intero nell’aria pesante del negozio. Lui, il libraio, mi racconta un’altra storia. Sì, dice, il palazzo è quello. Hanno chiuso il portone del 219 tanto, tanto tempo fa. Ma c’era: c’era un tempo il 219, esisteva certo. Un tempo quando?, chiedo io. Un tempo. Quando, chi lo sa? Anni ’30, ’40. Prima… dopo… che importanza può avere? In quel tempo era tutto diverso, eppure tremendamente uguale. Questo è il punto. Forse. Forse?

Ora vorrei parlare con qualche anziano della zona. Scavare nei ricordi. Com’era questa strada allora, quando ci camminava Gadda? E i negozi? Ma non vedo anziani. Non ne passano. Poi, finalmente, senza che me ne renda conto, il tappezziere apre, e la porta all’improvviso si spalanca di fronte a me. Non posso non entrare. Non so perché, ma mi sento sull’orlo di qualcosa. Qualcosa che sta per accadere, un’epifania, mi dico, tremando lievemente. Appena all’interno del negozio lo sguardo di una donna si fissa su di me. Saluto. La domanda che devo porle è sempre la stessa. Lei mi squadra incerta. Forse percepisce il mio malessere. Ma subito si rilassa, e non mi pare sorpresa dalla mia domanda. Altri gliel’hanno posta allo stesso modo. La donna sorride, e mi indica il muro sul fondo del negozio. Da lì si passava per accedere al cortile, dice. Alle due scale, la A e la B, ricche dell’oro e dell’argento dei pescicani. È sicura?, domando io che non riesco a convincermi di nulla. Lei aggiunge con sicurezza: Siamo qui da tre generazioni. L’esercizio è qui dagli anni ’30. Ma prima? Ma prima cosa c’era, prima di voi?, dico, con un tono forse un po’ troppo concitato. Lei mi squadra per un attimo, dubbiosa, poi dice: prima c’era l’ingresso del civico 219.

E ora eccolo, davanti a me, il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse: cinque piani, più il mezzanino, tetragono e incombente sulla vita di chiunque. È questa la verità?, mi dico. Tutto quello che s’ha da sapere? L’oro e l’argento dei pescicani rimarranno ben nascosti ancora per molti anni a venire, forse per sempre. I muri, gli spessi muri del palazzo, sono e rimarranno impenetrabili agli sguardi. Anche al mio.

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Poetry is everywhere, on a wall or a door, in the sky, behind the mist of Lisbon…

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UN POSTO TRANQUILLO

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Aveva chiesto un posto tranquillo. Un posto dove riprendersi dal suo annus horribilis: un divorzio e l’accusa di essersi fatto infinocchiare da una testimone della difesa, avvenente e senza scrupoli, arrivata fra capo e collo come la peggiore delle iatture. Quel gran pezzo di testimone gli aveva fatto letteralmente perdere la testa, nonostante i suoi sessant’anni suonati e la sua responsabilità nell’inchiesta. Una situazione tanto spiacevole quanto incompatibile con il suo ruolo di pubblico ministero.
Gli strali dei censori non si erano fatti attendere, e così l’inevitabile procedimento disciplinare che lui accolse con l’inerzia tipica del condannato a morte quando, capo sul ceppo, attende che la mannaia si abbatta sul collo una volta per tutte. Ma se un trasferimento punitivo doveva proprio esserci che almeno lo piazzassero con tanta acqua intorno. Il mare della sua gioventù, possibilmente. Alla fine era arrivato il lago, grande, profondo, dalle acque nere e insondabili, circondato da montagne così alte da procurargli un senso di tremenda claustrofobia. Certo, aveva immaginato un’altra fine carriera, una fine in bellezza, ma tant’è, poteva andare molto peggio. La radiazione, ad esempio, e addio alla pensione. Un’onta da rabbrividire al solo pensiero.
Per settimane, quando ancora attendeva il verdetto, aveva sognato di mendicare un posto nello studio di uno dei tanti avvocati che lo blandivano sperando in qualche favore. Si vedeva trasformato in un galoppino qualsiasi, un vecchio stanco e amareggiato, ancora obbligato a correre dietro a clienti riottosi e delinquenti incalliti. Lui che in fondo si era sempre aspettato da tutti solo gratitudine umana. Non soldi, no, quelli non li aveva mai accettati. Qualche regalo sì, cose innocue tuttavia, nulla di troppo compromettente. In fondo le sue debolezze erano altre. Debolezze in cui perfino i ministri di Dio incappano di tanto in tanto. E lui non era certo finito a letto con un innocente ragazzino, ma con una procace e navigata trentenne che certo non aveva portato lui sulla cattiva strada.

Quando in una bella mattina di primavera, con il lungolago in un tripudio di fiori, e il sole caldo a scaldargli le ossa intirizzite, s’insediò nel suo nuovo ufficio, pensò di avere raggiunto finalmente la pace. Furono settimane di idillio. Si alzava presto al mattino nel suo luminoso appartamento da scapolo, rinfrancato da un buona notte di sonno. Dopo le usuali abluzioni si preparava il caffè; seguivano quattro passi fino alla piazza dove si fermava per la colazione. Poi, con tutta calma, si dirigeva in ufficio. Dieci minuti di piacevole cammino, fra i negozi ancora chiusi dell’area pedonale. La mattina passava sbrigando pratiche di una banalità sconcertante, fra un colloquio e l’altro con avvocati fin troppo beneducati e rispettosi. Mai che i toni si facessero concitati, o che una voce si sollevasse al di sopra di un livello più adatto a un rito funebre che a un processo. Seguivano inviti a cena, sorrisi, Rotary e vecchie dame. La sua nuova vita si svolgeva all’insegna della più tranquilla, banale e dimenticabile routine, e lui si sentiva, se non felice, per lo meno rinfrancato nello spirito. E tutto andò nel migliore dei modi per circa un anno, nessun nuovo scossone a disturbare la sua nuova routine. Era arrivato a pensare che il suo destino si fosse compiuto, e attendeva che i pochi anni che si frapponevano fra lui e la pensione si annullassero in una sorta di dolce oblio. Ma, dopo un anno di quella vita monacale, la solitudine iniziò a farsi sentire, e una specie di spina gli si piantò nel fianco, provocandogli un dolore certo non insopportabile, ma tanto continuo e sottile da cancellare ogni altro pensiero. Nulla riusciva ad attenuarlo in nessun modo. Nelle ultime settimane un unico trastullo: la cassiera del bar della piazza, una giovane alta più di lui, con occhi da gatta, disponibile a passare qualche ora di piacevole svago al modico prezzo di qualche regalo, bigiotteria, profumi francesi, biancheria intima sexy.
Poi accadde l’imprevedibile. Era l’ultima settimana di un marzo piovoso, con il lago sempre più plumbeo e tanto alto da minacciare gli argini: la pratica approdò sulla sua scrivania proprio allora. Fu un tenente dei carabinieri che non aveva mai visto prima a recapitargliela. L’uomo, meno che trentenne, gongolava all’idea di fare piazza pulita. Forse vedeva i titoli sui giornali e il suo nome in prima pagina, o forse, giovane com’era, credeva ancora nella giustizia. Una denuncia anonima l’aveva messo in guardia su certe transazioni economiche fra un gruppo di imprenditori locali e i politici di spicco della zona, sindaco e assessore ai lavori pubblici compresi: mazzette, disse il tenente, atteggiando il viso glabro a una smorfia di disgusto. Il giudice scorse i nomi: tutta gente che conosceva e frequentava ogni giorno; tutta gente che un anno prima l’aveva accolto, lui reietto, a braccia aperte. Ora, dopo le prime verifiche, il tenente chiedeva l’autorizzazione a intercettare i sospetti. Il giudice ascoltò senza aprire bocca; alla fine ringraziò e promise che ci avrebbe pensato. Quando si strinsero la mano era quasi il tramonto, l’ora di chiudere l’ufficio e incamminarsi verso la piazza. Il clima stava cambiando, la temperatura si era fatta più mite. Soprapensiero si fermò sul lungolago a guardare il cielo: era di un colore porpora striato di nuvole cremisi. Gli ricordò il cielo del suo mare. Dopo tanto tempo la nostalgia gli tagliò il respiro, e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Distolse lo sguardo, allungò il passo e raggiunse il bar della piazza: la ragazza alla cassa gli sorrise strizzandogli l’occhio. Quella sera però non c’era storia. Bevve un Crodino, salutò il vicesindaco e se ne andò a casa.
La notte passò inquieta. Le prove erano labili. Probabilmente un buco nell’acqua che avrebbe avvelenato ogni cosa. Si addormentò con quel pensiero.
Il mattino dopo si svegliò di buonora. Bevve il suo solito caffè, ma non si fermò al bar. Continuava a pensare alle parole che avrebbe detto al tenente: non voglio deluderla, ma le prove, caro tenente, mancano le prove…
Arrivò in ufficio che non erano ancora le otto. Il cancelliere gli allungò la corrispondenza: due buste dal Ministero e un’altra senza mittente, il suo nome impresso in uno stampatello incerto. Si sedette e l’aprì. Ne estrasse una foto in bianco e nero, sgranata, ma sufficiente a fargli riconoscere i soggetti al centro dell’inquadratura. Il cuore prese a corrergli nel petto. Lui. Lui e la ragazza del bar. Lui e la ragazza del bar abbracciati. Lui e la ragazza del bar abbracciati, in un angolo buio del lungolago. Un vecchio e una ragazzina che si baciano. Una notte, quale non era in grado dirlo. Girò la foto. Sul retro una scritta con la stessa calligrafia incerta. Una data. Giorno, mese, anno. Giorno. Mese. Anno. Una data di nascita. Diciassette anni prima.
Il giudice rimase immobile alla scrivania, lo sguardo perso nel vuoto. Non avrebbe saputo dire quanto tempo passò così, in silenzio, perso nei suoi pensieri. La campana del duomo rintoccò mezzogiorno. A quel suono il giudice si scosse, all’improvviso la stessa sensazione di rientrare da un lungo viaggio. Lo stesso sentirsi estraneo a tutto.
Il telefono era lì, vicino alla sua mano. Compose il numero lentamente. Tenente? Sì, rispose quello. Ho firmato, disse, e subito riattaccò.
All’improvviso sentì mancargli l’aria, si alzò e aprì la finestra. Il lago era di un azzurro da fare male, l’aria sottile. Per un attimo pensò allo splendore della natura, un attimo dopo all’indifferenza di quella stessa natura. Respirò profondamente. Finalmente era arrivata la primavera.

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Letti e riletti: l’esordio letterario di Gian Paolo Serino

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Penso che il clamore mediatico possa confondere i valori: imbelletta quelli, modesti, della narrativa di consumo, mentre, paradossalmente, offusca quelli della letteratura “alta”, ma alta sul serio, non autoproclamatasi tale. Sommerge tutto nell’indistinto rumore di fondo che la “società dello spettacolo” è in grado di produrre, ammorbando ogni cosa del suo tanfo di plastica marcia.
Qualcuno potrebbe erroneamente pensare che il libro di Gian Paolo Serino sia l’ennesimo, scontato prodotto di largo consumo, gossip nella migliore delle ipotesi. Il libro di esordio di Gian Paolo Serino, critico, editore, ora narratore, è invece tutt’altra cosa. “Quando cadono le stelle” è un libro profondo. Profondo per la capacità di scandagliare l’umano. Profondo per le emozioni che è in grado di smuovere. È un libro da leggere con calma; le immagini su cui vale la pena di soffermarsi, materializzate per mezzo di una scrittura tersa, precisa, eppure coinvolgente, sono numerose, talora sorprendenti per forza evocativa. Mi vengono qui in mente le immagini della battaglia delle Ardenne, non lontane da quelle, insuperabili, di Norman Mailer bellico. Ma è la visione, a mio parere, ad affascinare e avvincere alla lettura: il tema del doppio onnipresente. Cosa c’è al di sotto del fragile guscio che diamo in pasto alla società? Quale coacervo inestricabile di dolore compone ognuno di noi? Quale indicibile passato forgia gli individui? Cosa posso sapere di Cary Grant se non so chi era Archibald Leach? Se non so chi fosse sua madre all’ergastolo del manicomio?
Quello di Gian Paolo Serino è un libro da leggere e rileggere lentamente, senza fretta, senza la dannata necessità di deglutire e digerire rapidamente ogni cosa, i libri come gli alimenti, in quel parossismo di consumo che è ormai la vita di tutti noi. Sono da leggere e rileggere i ritratti che fa dei suoi personaggi, sì delle “stelle”, ma anche dei comprimari (ma comprimari lo sono davvero?); sconosciuti figli del proprio tempo che Serino trasforma, rende indimenticabili, dunque immortali: la ragazza madre ingannata che sogna una vita diversa, e per ottenerla quasi prostituisce la figlia. La dolce guardarobiera Hansi massacrata di botte dal padre ubriacone. Madame Nediakina, la maitresse russa il cui inevitabile cinismo sfuma in una empatia che solo chi ha sofferto davvero può provare.
È con una grandissima pietà per gli sconfitti che Gian Paolo Serino rappresenta l’umano, il troppo umano, lo strazio.

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Quando cadono le stelle, di Gian Paolo Serino — vibrisse, bollettino

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Recensione di Marco Candida del romanzo di esordio di Gian Paolo Serino

https://vibrisse.wordpress.com/2016/05/21/quando-cadono-le-stelle-di-gian-paolo-serino/

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fotogrammi

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Tutto è iniziato con lei che dice: no, non ci credo al caso. E poi con me che la fisso, in piedi e nuda com’è. Ricordo quell’esatto istante come fosse un singolo fotogramma sospeso nella memoria.

Quando voglio posso essere pedante, lo so: il destino non funziona, dico, è un’idea antica, sentimentale, certo rassicurante, ma irrealistica. E invece ecco a cosa credo: siamo governati dal caso. Caos puro e semplice. E questo è tutto. Hai mai notato che caos è l’anagramma di caso? Mi spiace, aggiunsi, ma noi due non facciamo eccezione. Non riesco a immaginare che qualcuno, chissà dove e chissà perché, si interessi a noi. Qualcuno che abbia un disegno preciso nei nostri confronti. Un disegno preciso, ma all’apparenza casuale. Mica facile crederci. E chi potrebbe essere? Bisogna avere prove per fare certe affermazioni.
Lei mi fissò come se l’avessi sfidata. E all’improvviso sentii che c’era qualcosa di sbagliato nel non crederle e basta, senza discussioni. Qualcosa di sbagliato nel rifiutare l’idea che fossimo destinati l’uno all’altra. Ero scettico, tutto qui. Non era una sfida.
Lei ascoltò quello che avevo da dirle, i miei dubbi, e sorrise senza condiscendenza. Trovai il suo sorriso particolarmente enigmatico, come se sapesse qualcosa di cui io, al contrario, ero totalmente all’oscuro.
La prova arrivò qualche giorno dopo, inattesa. Mi mostrò quella foto, la foto che, secondo lei, avrebbe chiarito ogni cosa, quando ormai non ci stavo più pensando. Era un afosissimo sabato pomeriggio di luglio, ed eravamo a letto. Il caldo era spossante, e noi forse ci eravamo agitati un po’ troppo in quel groviglio di lenzuola. Avevo ripreso a sfiorarle con la punta delle dita la pelle ancora bagnata di sudore, quando lei si tirò su e di punto in bianco mi disse che doveva farmi vedere una cosa. Una cosa di cui non mi aveva ancora parlato, ma che era sicura mi avrebbe fatto cambiare idea sulla questione del caso e del destino. Una fotografia, disse. Una fotografia scattata anni prima, quando neppure ci conoscevamo. Una foto scattata a migliaia di chilometri da casa che ritraeva entrambi. Rimasi allibito.
Come se ne fosse accorta non lo so; la cosa avrebbe potuto facilmente passare inosservata. Lei mi disse invece che se n’era accorta subito, e l’aveva fatta ingrandire per convincersene una volta per tutte. Si alzò dal letto e attraversò la stanza. La foto la teneva in un cassetto come una reliquia.
Hai un bel culo, feci io nello stupido tentativo di stemperare la tensione. Lei scrollò le spalle, e non rispose.
Il paesaggio lo conoscevo bene. La luce del pomeriggio si frammentava nel torrente in scaglie dorate e accecanti. Il suo viso era in primo piano, i lineamenti distinguibili a malapena nell’ombra del grande cappello di paglia; e sullo sfondo El Capitàn, tozzo come un panettone di Natale, grigio-azzurro nella fosca calura di agosto.
Ma erano le figure umane, comprese fra lei e la montagna, a interessarla. Le più distanti erano indistinguibili nell’abbaglio del sole, mentre tre, catturate dalla profondità di campo del grandangolo, erano leggibili, anche se lievemente sfocate. Mentre studiavo la foto sentii il suo sguardo su di me: ti vedi?, fece lei dopo qualche secondo. Io non risposi, e guardai quelle figure con ancora maggiore attenzione: i movimenti congelati dallo scatto, i volti sorpresi nel nulla di un frammento temporale scelto a caso. Un fotogramma, né più né meno. Quello sei tu, aggiunse indicando una delle figure. Io non avrei potuto affermarlo con certezza. La figura mi pareva estranea, ma anche dolorosamente familiare. Fissai l’immagine con l’intensità che avrei potuto riservare alla sindone del Cristo. Lo credi davvero? Lei annuì. Quale poteva essere la probabilità di trovarci nello stesso posto, allo stesso tempo, in un luogo tanto remoto? Sollevai le spalle. Non ne avevo la minima idea. Non devi rispondermi, fece. Tu?, dissi, tu la risposta ce l’hai? Lei rimase immobile, e non disse nulla. Poi, finalmente, si sdraiò di nuovo accanto a me. Fra le lenzuola sudate.

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